dei poveri, tempii della vacca pazza: i padroni del tempo

Alcuni sono puntuali. Non auguro a nessuno — che io conosca davvero — di essere un punto. Conosco falsamente.

Già Flatland è abbastanza da incubo. Da noi, nello spazio cavo, ci sono nicchie di goduria. In più ciabbiàmo il tempo. Col culo ce l’abbiamo! è esso che tiene noi. Sì che ce l’abbiamo, dicono i puntuali: <<sei tu che non sai gestirlo>>. D’accordo, io non lo gestisco, non l’ho. Mi traversa come farebbe nei fumetti la benzina schiaffata con un imbuto in bocca al sospetto untore dagl’inquisitori di turno. Dal futuro al passato, essi me lo spremono in gola e me lo cavano da dietro ancora indi gerito, e coi prodotti giocano a palle incredibili. Come un pallottoliere, sì, muovono il mondo, e noi pedine lì infilzate, ci crediamo come gonzi. Le pedine sbatacchiano, se va bene fanno GONG!, normalmente cozzano  le une sulle altre, s’incazzano: <<c’ero prima io!>>, <<sei arrivato tardi!>>, <<non faccio in tempo!>>, e addirittura <<Ti ho preso!>>.  Noi giochiamo a mago-libero, e chi ha la caverna vi si attiene con unghie e fave. Gli altri scappano, chi è preso e maciullato, chi sbattuto a terra con forza o atterrito con maschere di cartone. A volte vincono i maghi, raramente i proletari, più spesso ci si rifà con i corpi cavernosi. Ma sopra tutti c’è il Fato, il non-detto dio plurale, che verbalizza, annota, sul librone, e osserva con compiaciuta indignazione. Come formiche sotto il bicchiere, gli dèi angioletti ci tengono e osservano avidamante le nostre lotte. Amano così, alla mano. Qualsiasi cosa facciano sono pronti a giustificarsi (tanto le leggi le fanno loro, anche le leggi fisiche): <lo facciamo per amore / per il vostro bene!>, ma raramente si scomodano dalle dimore interstellari.

E noi tutti sotto la cappa del tempo, a scannarci i templi, anzichè odiare loro, e avere pietà di noi.

Post-leopardiano in divenire.

Riuscite a esempliFicare, dive nere, qualche conflitto che non sarebbe risolto se i coinvolti potessero crearsi tempo a piacere? O già soltanto se avessero tempo a piacere?

Eppure hanno ragione! fanno bene a calcarci in questa palude, a rallentarci con la melma del tempo. Perché se c’indispettiamo e ci rivoltiamo come vermi dai denti a sciabola pur continuando a sciabordare nel fagomatico tempo   è prova che eravamo PREDISPOSTI per nostra indole — cioè da prima, lascia stare se per qualche previo lavaggio del pre-cervello, se nati alla luce già così baldanzosi da quello del Capo, o/= se esiste un peccato primordiale (ulteriore, come se non bastasse la differenziazione dell’Apierinnon (conturbante ineffabile incrocio tra Api,Apeiron,Erinni,e Pierino). Ripeto: se non fossimo già litigiosi astiosi spietati per natura (o per artifizio remoto)   le deplorevoli condizioni in cui siamo non c’indurrebbero a tante efferatezze, ipocrizia, subdolità: non siamo mossi fisicamente a tale biecume; vi siamo indotti. Potremmo lamentarcene a vicenda,  protestare a Chi di dovere, persino aiutarci a vicenda, compatirci, tollerare i poveracci che credono di sfogarsi su di noi  ((sudati entrambi, a sovraccaricare dati e dati, attaccati al tram, bellimbusti in trambusto, affrettàti e fatti a fette, congetturati insieme da chi ci concepì e conciò per le feste, come se le feste risolvessero il problema di cosa c’è prima della nascita: un delirio diffuso, macchiato d’olio e viscido, sfuggente che va e gente che viene…)).

2009-09-metà, notti
Non ci amiamo. Scrivo ciò per odio, perché mi odio e mi piacerebbe il mal comune (cioè  qualcuno di me sembra che mi dispiacerebbe di meno). Se mi amassi e dovessi scegliere se essere malato da solo o con qualcun altro (l’ipotesi è da malati? NOOO!!!) vorrei almeno essere il solo malato in un contesto di sani, tra persone che si amano, e cerceherei di percepirlo e di convincermene, il che rinforzerebbe la percezione positiva(mente) e le suggestionerebbe a volersi davvero bene. Non solo: accuso El. di essere stata ella a suggestionarmi a ciò, colla sua lamentela di <non amarsi abbastanza>.
Se mi amassi, questo mi peserebbe come massi, e la sparerei di spirare cazzate.
Non mi amo. Non amo nessuno, e neanche me. Il poco che ho fatto di benefico per altri ho fatto per giovare a me, e ho giovato a me non per amore bensì per fuggire o procrastinare male(,) dolore, morte, piaceri, vita.
_________
P.S. da settembre:
<<Giunge settembre per i pazzi che hanno sete e sentono il chiuso della prua come un assedio remoto, come un fischio di ruggine che smorza le canzoni, e sanno che la morte tra le vie vecchie ha anche una via più nuova, ora che un cervello lascerà sopra gli scogli i loro anni,
li falcia,
li ricorda.>> E’ una lirica di Milo de Angelis interpretata e riportata a memoria. Lasciata, falciata, ricordata.
In settembre si festeggia il dio Michele, il quale solitamente ci dona freschezza, profumi, ricordi. Ecco ad esempi 2 doni  settembrini:
Il (per)dono dell’odio (2008 d.C.): odiarMi consapevolmente, puntare a uccidere l’ego, le abitudini, gli attaccamenti, i vizi cioè. Dono sprecato per lo più. Buttato ai porci comodi.
Pregare per il passato (2009 d.C): per equità, perché per quel che ne so può essere consustanziale al futuro, e il dato che da me sarebbe immutabile, posto che sia vero, è soggettivo; la mia inabilità, posto che sia sbilanciata, cioè ch’io possa mutare il futuro, non deve inficiare la considerazione equanime della mia ignoranza quindi della possibile consustanzialià del tempo o  dei tempi — non dico isomorfismo perché voglio che siano orientati –. Almeno per qualcuno, per me, il passato è incerto come il futuro, almeno cognitivamente. La storia è inaffidabile comunque, amo la sincertià dei racconti diretti , ma non perciò verità assolute.
Comunque, prego che sia andato bene quel che è andato bene. Almeno per quello che mi pare bene.
In questo sono temerario: che ne so di quel ch’è andato bene? E se poi quel che mi sembra bene si realizza ancora?
Un motivo in più per non pregare per l’avvenire secondo la mia volontà: bene pregare per la volontà del Padre (PadreMadre, insegna GiovanniPaolo 2′).
Ma finché prego per i miei porci comodi, tantovale che preghi anche per il passato, che sia andato bene (anche) affinché sia realizzato nel passato, sia stabile nel passato, sia un passato stabile (cioè  presente, o vicino al presente?). Avevo desiderato già prima (magari all’epoca), che andasse così, ma non avevo pregato abbastanza per ciò, e mi resta un “debito di preghiera”, come se avessi fioretti irrisolti, avendo un debito con l’Apeiron, essendone staccato e nato come individuo. (<<Individuo>> è come <<atomo>>: divisibile perché già di viso).
Preghiera può essere anche azione, non soltanto danza (ad esempio euritmia). Tutto danza infatti, infatti tutto è (in) tutto, omeomerie come atomi astrali permeano e vivificano il cosmo, senz’esse sarebbe soltanto morto, e senza morte sarebbe un incubo pasticcioso febbrile e perenne.

Preghiera è ricordare i benefici, sviluppare gratitudine, che è propensione all’azione, terreno per crescita di azioni.
Spinoza, dicevano i bagnini, insegna a volere ciò che accade. Io sostengo che/e voglio una parte di ciò che è accaduto. Forse un giorno vorrò tutto, novello spinoso; intanto, così, sono meno unilaterale che a volere soltanto futuri prossimi (avendo mai pensato, o comunque avendo dimenticato il futuro infinito e il bene supremo).
Lo Steiner suggerì obliquamente (dicendo che l’angelo lo suggerisce a chi ci bada) di pensare a cosa sarebbe successo se qualcosa fosse andato diversamente. Coltivare gratitudine per come sono andate le cose nonostante tutto me, la mia malignità, l’abisso d’incoscienza e di turpitudini su cui galleggio (come una colonia fungina su un liquame organico/tossico, ma questo è un cedimento retorico, perché anche qui e ora insisto a sostenere un’aura di fighezza, ovverossia rispettabilità e ammirabilità, surrogati di sudditanza, di cui ho creduto abitualmente di avere bisogno, anziché di amore, mentre invece l’amore è per definizione gratuito, e sembra favorito da semplice richiesta; e la richiesta presuppone umiltà, e l’umile non cerca rispetto ammirazione sudditanza).
Un vangelo dice: quando pregate, credete che la vostra preghiera sia già esaudita. Pregando per quanto già realizzato, è più facile, e più facile formarsi abitudine mentale a sapermi esaudito.

Modellizzo il tempo come una linea — non dritta, ma una linea –.

Il presente mi viene dal futuro. Come da multiple radici che sembrano confondersi col suolo stesso, i futuri mi si avvicinano, si uniscono forse, in un tronco, nutrono il mio rametto, che s’agita come una serpe, ma un’aquila la divora constantemente, emula di quella che sfianca Prometeo. Quest’aquila è il passato. O viceversa.
Ma passiamo ad “altro”. Io sono in un presente. A ben badarci, sono in un circumpresente.
Ogni volta sono in un circumpresente, che condivide più o meno istanti con altri miei. Comunque include un presente. In ogni presente c’è un universo.           Mi spiego: con <<circumpresente>> ho inteso qui quello che comunemente/volgarmente/solitamente chiamiamo <<presente>>. Ho inventato la nuova parola per differenziarlo dal <<presente>> in senso stretto. Alternativamente, per differenziare questo, si potrebbe specificarlo, <<presente esatto>> ad esempio.
Il presente in senso comune è quello che autorizza l’uso dei verbi al <<tempo presente>>, e, anche volendo concentrarmi, difficilmente posso essere cosciente in meno di qualche frazione di secondo, o forse di qualche secondo. Potrei essere cosciente di un momento ancora più breve ma del passato. riconoscendolo come passato. Come fai a essere cosciente del presente esatto? Puoi essere cosciente del circumpresente. Ho azzeccato?
Alcuni maestri incoraggiano a variare quest’abitudine: a ricercare il presente esatto, e/o a espandere il presente, cioè a essere presente in tratti più vasti del tempo. Spunto per trovare il presente esatto: concentrarmi su un istante qualsiasi. Pensandolo sia pur poco, ci sono, sono presente lì, è presente a me (ed è nel circumpresente). Percependolo tanto, magari con intensità paragonabile a quella con cui percepisco il “presente” (i dintorni del presente), magari imparerò qualcosa, comprenderò il tempo, il mio tempo sarà trasformato, ne uscirò (vivo e/o morto).

Ogni tanto ho pensato a cosa succederebbe se non avessi tutto il corpo (elastico, mobile) che ho, se  non fossi nato, se non esistessero anime, se non esistesse vita, se non esistesse materia, niente. O semplicemente se in quel sommergibile sovietico, durante il blocco a Cuba, la cautela (“esagerata”, per come erano stati trattati) di Vasilij Arkhipov non avesse prevalso; o se Stanislav Petrov si fosse attenuto ai protocolli e alla “prudenza” burocratica, e non avesse preferito rischiare di non vendicare la sparizione di un continente.

Per sfangarmela, devo credere che l’omeopatia funzioni, che le tracce siano percorribili da Vide, che vinca gli edulcoranti di Golia.
Perché, come dicono gli uomini a Lc. nel <<La corsa dei mantelli>> di Milo De Angelis, <è la quantità di amore che determina la vittoria; e tu sei una quantità minima>.
Conservo il <<tu>> perché arguisco che il ribrezzo che provi per me leggendomi è vergogna per te stesso e per avermi indotto a tanta erranza, ma forse pur senza scandalizzarti sei simile a me; non uguale, bensì simile, e forse una traduzione nel tuo pensiero di questo testo ti fa comodo, forse per pensare <cè chi sta messo peggio di me>.

I poveri dèi dovranno inventarsi qualche altro salvataggio in extremis per scioccarmi? Cfr articolo rosacroce-e-rosenkrantz .  “Tutti” dicono di Dio che sarebbe onnipotente, perciò l’insultano. Poveraccio, anche lui vorrebbe farsi capire, un po’ di solidarietà, e, non trovandola, subisce la tentazione di ripudiare (ulteriormente).

Ancora sul tempo, che non viene dal passato, o non soltanto: arbitrariamente i provider di email e blog hanno sovvertito il tempo su un modello accumulativo, facendo scrivere dal basso in alto, comunque viene anche dall’alto e forse di lato — ti azzanna di sorpresa –.

http://lalternativaisaia.blogspot.com/2010/01/il-tempo-lineare-e-illusione-dei.html Illusione dei poveri.

__________________

Altro sul tempo:

http://www.facebook.com/notes/cappello-di-paglia/ci-manca-il-tempo/277788152680

__________________

Link breve a questo stesso post:  http://bit.ly/mangiatempo

Annunci

Informazioni su pianetavivo

pianetastro-wordpress@yahoo.it
Questa voce è stata pubblicata in etica, no(-)etica e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a dei poveri, tempii della vacca pazza: i padroni del tempo

  1. Giuliana Bonazza ha detto:

    grazie per avermi dato modo di guardare dei video meravigliosi. Un abbraccio. Giuliana

  2. pianetavivo ha detto:

    Grazia. Fa spesso piacere un abbraccio virtuoso da una bonazza !-I

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...